Psicologia dinamica: una chiacchierata con Massimo Marraffa su “La conquista dell’identità” di Giovanni Jervis

Psicologia dinamica: una chiacchierata con Massimo Marraffa su “La conquista dell’identità” di Giovanni Jervis

La psicologia dinamica è stata il campo privilegiato di sviluppo del pensiero di Jervis sull’identità.

La nuova edizione di La conquista dell’identità, uscita da poche settimane in libreria, è solo il primo passo verso una riattualizzazione della riflessione di Jervis intorno alla “condizione umana” (e sociale) della nostra epoca.

Per  l’occasione, abbiamo intervistato il Professor Massimo Marraffa, docente presso l’Università Roma Tre e curatore della nuova edizione di “La conquista dell’identità”.

Inoltre, cogliamo l’occasione per annunciare il convegno sull’opera di Giovanni Jervis che si terrà sabato 4 aprile a Reggio Emilia presso la sala Planisfero della Biblioteca Panizzi. Durante il convegno, saranno presenti, oltre al curatore e a Gilberto Corbellini, collaboratore di Jervis e autore della postfazione, relatori d’eccezione, quali Carlo Gabbani (Università di Firenze), Luciano Mecacci, (Università di Firenze), Paolo Moderato (IULM).

Qui, trovi le informazioni dell’evento.

Convegno Giovanni Jervis Reggio Emilia

E ora, cominciamo con l’intervista.

 

Che cosa si intende per psicologia dinamica?
Autocoscienza come fenomeno derivato
L’eredità di Jervis
Qual è il suo rapporto (in quanto filosofo della mente) con l’opera “La conquista dell’identità”?
Chi dovrebbe leggere Jervis?

 

Che cosa si intende per psicologia dinamica?

La psicologia dinamica è una disciplina, coltivata prevalentemente in ambito accademico, che si propone di analizzare e sviluppare le teorie psicoanalitiche a contatto con le altre correnti della psicologia moderna.

Per Jervis, la psicologia dinamica raccoglie il contenuto critico della psicoanalisi freudiana: l’elaborazione di una teoria dell’inconscio come organo della critica della soggettività autocosciente. In essa, la teoria dell’inconscio si situa al livello di analisi della psicologia scientifica, dove i processi mentali sono processi di elaborazione di informazioni.

Nella teoria dell’attaccamento di John Bowlby, ad esempio, la psicoanalisi si ridefinisce entro un quadro etologico-evoluzionistico e trasforma l’inconscio dinamico in un inconscio “cognitivo”. Esso è costituito da credenze, rappresentazioni di sé, dell’oggetto e delle interazioni fra sé e l’oggetto, oltre che da assunti impliciti e da aspettative riguardanti il modo in cui gli altri significativi si comporteranno nei nostri confronti.

In questo quadro, la coscienza non è più un assunto indiscutibile, un fatto non negoziabile. Il concetto di inconscio (cognitivo) non è più modellato, come in Freud, sul concetto di conscio. Invece i processi “subpersonali” delle scienze della mente e del cervello hanno caratteri diversi dalla coscienza. Laddove questa si presenta come unitaria, seriale, linguistica e sensibile a proprietà globali, quelli sono molteplici, paralleli, non linguistici e orientati all’elaborazione di proprietà locali.

 

È corretto dire che Jervis nella sua opera tratti l’autocoscienza come un fenomeno derivato piuttosto che un’unità attraverso cui percepiamo e spieghiamo il mondo?

Sì, è corretto. E proprio in conseguenza di quanto appena detto a proposito dell’inconscio cognitivista.

Freud aveva ragione: la coscienza non è ciò che appare a sé stessa. Tuttavia, osservava Jervis, la critica di Freud è molto empirica. Essa fa appello alla fenomenologia della vita quotidiana, al contenuto normale della coscienza di ciascuno. Insomma, il grande viennese si muove ancora all’interno di una psicologia introspettivo-intuitiva.

Illusioni e autoinganni dell’identità

La psicologia scientifica, invece, “decentra” il punto di partenza dell’indagine sulla coscienza. La coscienza non è “qualcosa che spiega”, è piuttosto “qualcosa che va spiegato”. Ciò significa chiedersi in che senso quello che chiamiamo “coscienza” possa essere un insieme di funzioni gradatamente emergenti dallo sviluppo dei sistemi nervosi attraverso l’evoluzione delle specie. Adottando questa impostazione “dal basso verso l’alto”, la psicologia è giunta a considerare tutte le procedure della mente come inconsce, salvo eccezioni nelle quali peraltro abbondano gli autoinganni e le ricostruzioni socialmente concordate.

E in effetti si può dire che la psicologia dinamica “di oggi ritrova fondamento come studio sistematico dei meccanismi di autoinganno, e quindi come nuova indagine della pervasività dei fattori di errore nel pensare quotidiano” [1].

Fra le molte illusioni che la coscienza produce, una delle più profonde e pervasive è quella che Jervis definiva “l’autoinganno idealistico naturale”. Esiste in noi una propensione spontanea a credere che l’essenza preceda l’esistenza, vale a dire, a reificare l’interiorità della persona in un’anima, in uno “spirito”, in una “mente” sostanzializzata, oppure in un “sé” globale e oggettivo. In altre parole, il mondo interiore della soggettività viene “naturalmente” sentito come uno spazio reale, e l’io soggettivo come una “entità”. Questa spontanea entificazione della vita psichica è connessa con altre distorsioni ingenue: per esempio, la tendenza a prendere l’autocoscienza razionale come data a priori e fondante rispetto al resto della vita psichica. Oppure il presupposto mentalistico secondo cui un’azione deve essere sempre preceduta e determinata da una “intenzione”, intesa come un atto di progettazione deliberata.

Cambio di paradigma nella ricerca

Jervis reperisce gli strumenti idonei a portare alla luce i meccanismi all’origine di queste (e altre) illusioni della soggettività autocosciente in alcuni dei filoni di indagine più innovativi in seno alla filosofia e alle scienze della mente e del cervello [2].

Gli apporti rivoluzionari di queste ricerche sono infine sfociati in “un rovesciamento rafforzativo degli interrogativi psicodinamici tradizionali”. Dunque, oggi noi ci chiediamo non come sia possibile l’inconscio, ma (come abbiamo già detto) come sia possibile la coscienza. Non come possano esistere comportamenti che contraddicono l’intenzione del soggetto ma, all’inverso, se mai esistano comportamenti coerentemente deliberati e volontari. Non già come e perché esistano taluni meccanismi difensivi, ma in che modo tutte le strutture della conoscenza e dell’azione siano per sé, integralmente, questione di difese.

Gran parte dell’opera di Jervis consiste in questo “esercizio critico”. Dalle indagini etnopsichiatriche a fianco del filosofo ed etnologo Ernesto De Martino, fino agli ultimi scritti dedicati alla psicologia della politica, alle illusioni e paranoie sociali emerge un poderoso sforzo di analisi dei meccanismi di autoillusione della soggettività autocosciente, che si mantiene sempre e rigorosamente entro il perimetro della cultura laica, razionalista, individualista della modernità.

 

psicologia dinamica 2

 

Jervis sembra aver sintetizzato nella sua opera diverse correnti di pensiero, unendo antropologia, filosofia e psichiatria. Secondo lei qual è l’eredità filosofica che ci ha lasciato?

Come ha correttamente osservato Giuseppe Corlito nella sua recensione del Mito dell’interiorità [3], l’originalissimo percorso teorico di Jervis dà forma a un materialismo critico inquadrabile in una linea di pensiero minoritaria nella cultura italiana, che valorizza la continuità tra le scienze della natura e le scienze umane. Questa linea di pensiero va da Galileo a Leopardi, a Labriola, a Timpanaro – e di cui, conclude mestamente il recensore, “c’è un grande bisogno nella crisi sociale, morale, civile e culturale del nostro povero paese” [4].

Presenza e crisi della presenza

Su questo sfondo, il lascito principale di Jervis consiste nel ripensamento, alla luce della sua particolare ricostruzione della psicologia dinamica, dei concetti di “presenza” e “crisi della presenza” elaborati dal suo maestro, il filosofo ed etnologo Ernesto De Martino. In tal modo, Jervis sgancia questi due concetti dall’impianto culturalista di De Martino, per calarli nel contesto delle scienze della mente.

Per Jervis, infatti, l’evoluzione della psicologia negli ultimi decenni ha messo in luce la centralità di questo contributo di De Martino alla psicologia fenomenologica dell’identità. In ambiti quali la psicologia dello sviluppo, la psicologia sociale e la psicologia della personalità, troviamo teorie e dati che confermano l’ipotesi intorno a cui ruota tutta la ricerca del filosofo-etnologo. Non si può dare concretezza e solidità alla propria autocoscienza se quest’ultima non ha come centro, e come essenza, una descrizione-narrazione di identità che deve essere chiara e, inscindibilmente, “buona” in quanto degna di essere amata.

Difensività

Il nostro equilibrio psichico poggia su questo sentimento dell’Io, che pertanto emerge come ciò che più di ogni altra cosa il soggetto deve difendere. Si tratta di una difensività certo non banale: “non è alienazione, non è illusione, non è sovrastruttura, non è il modo per essere meno ansiosi…ma fa parte dei meccanismi universali che ci permettono di credere, almeno un poco, in noi stessi e nel nostro diritto di essere amati” [5].

Questa difensività non è più volta, come accadeva in Freud, a ridimensionare una visione idealistica del soggetto quale entità dotata di una identità e di una forza primarie: con ben altra radicalità, essa ne contesta l’esistenza.

Il soggetto umano reale è caratterizzato dall’assenza di un’identità e di una forza che lo garantiscano. Dunque, ciò che dobbiamo cercare di capire è come, a dispetto di questa fragilità primaria, esso riesca a costruirsi.

Si noti però che, a parere di Jervis, le scienze psicologiche revocano in dubbio i modi tradizionali dell’autolegittimazione del soggetto, ma non lo sopprimono. Questo spiega perché ce l’avesse tanto con “l’io debole”, che bollava come un mito romantico-controculturale. Riteneva infatti che autori come Deleuze, Foucault e Lacan, i quali parlano per l’appunto di “dissoluzione” o “sovversione” del soggetto, si baloccassero con un’antropologia fittizia. Ogni programma di deliberato indebolimento dell’io e di frantumazione dell’identità, quando non è un gioco intellettuale (come è la maggior parte delle volte), non può avere altro esito che la sofferenza mentale [6].

Qual è il suo rapporto,in quanto filosofo della mente, con l’opera “La conquista dell’identità”?

 

È presto detto. Il mio lavoro in filosofia della mente si sforza di proseguire il lavoro di Jervis.

Nell’estate del 2008 io e Jervis avevamo deciso di scrivere insieme un libro che avrebbe avuto a tema, per citare le sue parole, “il mito dell’interiorità, rivisto con un occhio ai materialisti del Settecento e un altro ai comportamentisti del Novecento”. Per Jervis, la mente, o psiche, è un’astrazione che designa assai imprecisamente un insieme di funzioni psicologiche ma è così inquinata da presupposti idealistici da essere quasi del tutto inutilizzabile. Questi presupposti idealistici derivano anzitutto dalla psicologia spontanea, o ingenua, ma hanno trovato sostanza e appoggio nel pensiero occidentale e nel platonismo cristiano, cioè in due millenni di insistenze sulla realtà dell’anima. E questo è in effetti il tema che più insistentemente affiora nei saggi che io e Gilberto Corbellini abbiamo raccolto nel Mito dell’interiorità (Bollati Boringhieri, 2011), a due anni dalla scomparsa di Jervis.

Continuare il lavoro di Giovanni Jervis

Molti miei scritti successivi [7] prendono le mosse dalle fondamentali messe a punto di Jervis in relazione ai temi dell’inconscio, della coscienza, dell’identità, dell’io, della persona – e si sforzano di sviluppare i contenuti di quel libro progettato con lui ma mai scritto. E si noti: baricentro di questo lavoro è La conquista dell’identità.

Qui voglio richiamare soltanto i motivi di originalità di questo lavoro rispetto al mainstream della filosofia della mente (per lo più angloamericana). L’autocoscienza introspettiva è un’attività di riappropriazione narrativa dei prodotti di elaborazioni cognitive inconsce. E ciò su cui Jervis appunta l’attenzione è il fatto che tale attività ha carattere autodifensivo: la costruzione dell’interiorità è segnata da una difensività autoapologetica, da una tendenza sistematica all’autoinganno. La dimensione difensiva della soggettività autocosciente è stata pressoché ignorata dai filosofi che hanno attinto alle scienze cognitive per proporre una nuova teoria del soggetto. E tuttavia io ritengo che sia proprio questa dimensione a costituire la chiave di volta di un’antropologia filosofica congruente con l’ontologia delle scienze della mente e del cervello.

La concezione del soggetto umano che ci consegnano le scienze cognitive è quella di un sistema psicobiologico che fabbrica se stesso. Il suo Io è un campo di effetti, l’esito del presentarsi alla coscienza di un insieme di funzioni, ovvero elaborazioni di informazione realizzate negli eventi biochimici del cervello. In questo quadro, la soggettività autocosciente si rivela una costruzione priva di garanzia metafisica, e proprio per questo stretta fra precarietà e malafede.

L’Io è qualcosa di primariamente inautentico in quanto è la “facciata” dell’inconscio computazionale. Ossia questo inconscio è un apparato che ha fra i suoi vari compiti quello di allestire un complesso autoinganno, vale a dire, la rappresentazione (o meglio la narrazione) di sé come una (immaginaria) entità unitaria, autonoma e primaria, unitaria, libera, razionale, padrona della persona. La difensività è perciò immanente all’autocoscienza umana giacché questa si costituisce nell’atto di mettere in campo misure contro il proprio dissolvimento.

Questo è l’impianto teorico che sta alla base della Conquista dell’identità, come ho cercato di far emergere nell’introduzione alla riedizione.

 

 

A chi consiglierebbe di leggere quest’opera (Conquista dell’identità)?

A partire dal 1977 e per vari anni, Jervis aveva dedicato al tema dell’identità una parte consistente dei suoi corsi e seminari universitari (alcuni tenuti insieme al collega e amico Nino Dazzi). Dalla graduale rielaborazione del materiale preparatorio delle lezioni svolte tra il 1980 e il 1983 era nato Presenza e identità (1984), del quale Jervis divenne presto insoddisfatto e bisognoso di una riscrittura. La conquista dell’identità è il risultato di questa riscrittura.

Qui, a distanza di tredici anni dalla prima edizione di Presenza e identità, Jervis ripropone a un pubblico vasto, e non solo agli specialisti, il tema, anzi “l’enigma”, dell’identità personale. A tal fine, l’autore divide il testo in due parti. La prima parte è rivolta al pubblico più vasto (ma non solo), avendo di mira la definizione del fenomeno dell’identità, a partire dall’aspetto più esperienziale, fino ad arrivare a cenni sulla natura dinamica dell’identità, con alcune esemplificazioni cliniche. La seconda parte, costituita dalle appendici e dalle note, entra nel merito del dibattito sul concetto di identità individuale, per rivendicarne il valore euristico e riproporne l’utilizzabilità nell’ambito delle scienze psicologiche e sociali.

Questa seconda parte, ritengo che dovrebbe far parte del bagaglio di chiunque voglia indagare scientificamente l’identità della persona. La prima parte costituisce la migliore introduzione al tema che io conosca.

 

Note:

(1) – G. Jervis, “Psicologia dinamica”, Enciclopedia Italiana – VI Appendice (2000): Enciclopedia Treccani

(2) – Ma con una significativa precisazione: “I neurologi sono venuti prima, gli psicologi a ruota, i filosofi ancora più indietro e spesso molto in ritardo. (E fra gli psicologi io non trascurerei gli psicologi sociali [che] per molti aspetti sono stati più avanti di quelli sperimentali)” (G. Jervis, e-mail del 25 febbraio 2003).

(3) – Il mito dell’interiorità, G. Jervis, (2011)

(4) – Allegoria online – Giovanni Jervis, Il mito dell’interiorità

(5) – G. Jervis, e-mail del 4 marzo 2009.

(6) – Vedi il cap. 8 ne Il mito dell’interiorità (apparso originariamente con il titolo “Osservazioni sull’io debole”, in La società degli individui, 1, 1, 1998, pp. 73-81).

(7) -In particolare, Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza, autocoscienza [con A. Paternoster], Laterza, Roma-Bari 2013; L’identità personale [con C. Meini], Carocci, Roma 2016; The Self and its Defenses. From Psychodynamics to Cognitive Science [con M. Di Francesco e A. Paternoster], Palgrave-Macmillan, London 2016.

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